I fatti loro #4: Intervista a Gabriele Giorgi

Nella quarta puntata di I fatti loro, ho avuto l’onore e il piacere di fare qualche domanda a uno stimato collega: Gabriele Giorgi, traduttore di punta nel mondo del fantasy in traduzione pubblicato in Italia.

Grazie per avere accettato di rispondere a qualche domanda.

1 – Presentati brevemente. Chi è l’individuo dietro al traduttore?

Sono Gabriele Giorgi e ho avuto sempre fin troppe passioni. Mi si potrebbe definire “nerd” con una marcia in più (nel senso che oltre alle classiche passioni tipo fumetti e videogiochi ne ho anche altre tipo il canto corale e il teatro).

2 – Hai sempre saputo di voler tradurre? O anche tu, come chiunque, sognavi di fare l’astronauta, l’archeologo o il paleontologo?

Ovviamente da piccolo volevo fare l’archeologo! Poi sono passato per tante altre prospettive, ma solo alla soglia dei trenta ho capito che quella del traduttore era la professione che sublimava due tra le mie passioni più importanti, ovvero la letteratura (in particolare quella fantastica) e le lingue.

3 – Qual è stata la tua prima traduzione pubblicata? Ricordi ancora quello che hai provato la prima volta che hai letto il tuo nome dentro un libro?

Il nome del vento di Patrick Rothfuss. Uscì nel 2008 e ne andavo così orgoglioso. E non solo perché era una mia traduzione, ma anche perché si tratta di un libro meraviglioso, uno che si appresta a diventare un “classico” (e se il buon Pat terminerà la trilogia, lo sarà sicuramente).

4 – Qual è la traduzione di cui sei più orgoglioso, se ne esiste una? E perché? E qual è l’autore che sei più orgoglioso di aver tradotto?

Sicuramente l’autore che più mi ha accompagnato nel corso di questi anni è Brandon Sanderson. Sono felice di essere il suo traduttore qui in Italia e sono certo che in futuro con i suoi mondi ne vedremo ancora delle belle. Quanto al singolo libro, non sono sicuro di poter dire di averne uno preferito… sarebbe come chiedere a un genitore di scegliere tra i suoi figli, quando in realtà ognuno di loro ha le sue peculiarità.

5 – Esiste una traduzione che vorresti non aver accettato o un libro che avresti voluto tradurre, ma che è stato affidato a un/a collega?

Sì, nel corso della mia carriera ci sono stati alcuni libri che non mi sono piaciuti e per i quali credo anche che la mia traduzione non abbia brillato… ma fa parte del gioco e sono comunque una sparuta minoranza. Quanto al libro affidato a un collega, sicuramente posso nominar “Hounded/In fuga di Kevin Hearne, pieno zeppo di citazioni nerd. Ma l’ha tradotto un mio amico, Stefano Cresti, quindi era comunque in buone mani. E poi so che lui avrebbe voluto tradurre titoli che sono stati affidati a me, perciò siamo pari 😉

6 – Rileggi mai quello che hai tradotto dopo la pubblicazione? Se sì, perché? Se no, perché?

Quasi mai. Dopotutto si tratta di libri che ho già letto tipo tre volte. Però una volta mi capitò di rileggere integralmente una mia traduzione, ovvero Il cuore dell’inverno di Robert Jordan. Quel libro uscì particolarmente male a causa di una revisione che, invece di togliere i miei errori (che c’erano, per carità) ne aggiunse altri, andando tra l’altro a toccare pure la terminologia specifica. Quindi mi feci dare una copia dall’editore, la rilessi nel mio tempo libero appuntandoci tutte le modifiche e la riconsegnai perché il testo fosse corretto nella ristampa successiva.

7 – Quando leggi un libro per tradurlo, la tua esperienza del testo è diversa rispetto a quella di un semplice lettore? Con che occhi legge un traduttore?

Cerco tutti i significati sottesi dal testo e le “trappole” traduttive, soprattutto quelle che possono avere un impatto a lungo termine. E mi segno tutti i termini più importanti per cominciare a trovare la soluzione migliore, non solo come significato ma anche come suono.

8 – Che rapporto hai con chi corregge il tuo lavoro?

Adesso ottimo, nel senso che è un rapporto biunivoco in cui tutte le osservazioni sono ottimi spunti di riflessione. Non finirò mai di ringraziare chi si occupa dell’editing, perché è merito loro se il libro viene sicuramente migliorato rispetto alla traduzione che io consegno.

9 – Quante volte ti è successo di renderti conto che per un problema di traduzione esiste un modo migliore di quello che hai scelto, ma ormai i lavori erano chiusi e il testo pubblicato?

Diverse volte, ma quel che è fatto è fatto. E comunque si tratta di un problema che mi pongo solo nel caso di nuove edizioni (come per esempio la saga di Mistborn, in cui ho potuto apportare delle modifiche di questo tipo).

10 – I traduttori sono i ponti della letteratura, ma, tranne che in pochi casi, restano invisibili e ignorati dai lettori. Hai una riflessione in merito?

Per prima cosa non posso che ringraziare Oscar Vault che proprio su questo ha assunto una politica editoriale innovativa, ovvero mettere il nome del traduttore in copertina. Anche per questo, negli ultimi tempi ho letto di persone che hanno deciso di acquistare un libro anche perché era stato tradotto da me. Questo mi lusinga e mi sprona a dare sempre il meglio.
Quindi sì, per certi versi è vero che il traduttore idealmente dovrebbe essere una mano invisibile, ma ogni tanto ci può mettere del suo (senza trasformare cervi in unicorni, beninteso).

11 – Hai un refuso di cui sei particolarmente fiero?

Assolutamente sì. Nel succitato Il cuore dell’inverno, tra i refusi da me lasciati e non corretti in sede di revisione c’era un disgustoso “orecchini di pelle” (ovviamente di “perle”) su cui nei forum si è ironizzato parecchio (e giustamente).

In conclusione, un pensiero dedicato a chi ha letto l’intervista.

Sicuramente un ringraziamento per l’interesse: ci accomuna l’amore per la parola scritta e al giorno d’oggi non è una cosa banale.

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