I fatti loro #6: Intervista a Margaret Petrarca

Grazie per avere accettato di rispondere a qualche domanda.

Ciao! Grazie a te per l’intervista. È sempre un piacere svelare gli arcani che si nascondono dietro il mondo della traduzione.

1 – Presentati brevemente. Chi è l’individuo dietro alla traduttrice?

Penso di essere una traduttrice abbastanza banale: mi piace leggere, imparare nuove lingue, viaggiare, coccolare i miei gatti e in genere scoprire cose nuove. Con la curiosità che ci contraddistingue, coltivo svariati interessi. Sono infatti una yogi (ossia pratico yoga); faccio volontariato, in particolare sono una referente Plastic Free (ossia raccolgo i rifiuti abbandonati a terra); mi dedico alle arti magiche (ossia provo a leggere i tarocchi e mi circondo di incensi, candele e salvia) e sono un’accanita consumatrice di serie tv comico-romantiche. Sono una transfemminista e un’antirazzista. Infine, da tre anni mi cimento con l’arabo – all’università, invece, ho studiato francese e inglese – di cui mi sono innamorata. In questo lasso di tempo ho imparato tantissimo sugli usi e costumi di molti Paesi arabi, sull’Islam, sul cibo, sulle letterature e le arti che si trovano dall’altra parte del Mediterraneo.

Però, Francesco, queste domande filofiche alla “Tu chi sei?” sono difficili. Io non lo so se ho risposto adeguatamente.

2 – Hai sempre saputo di voler tradurre? O anche tu, come chiunque, sognavi di fare l’astronauta, l’archeologa o la paleontologa?

Sapevo di voler fare la traduttrice letteraria già in terza media, ma lo immaginavo come un secondo lavoro che avrebbe affiancato quello di scrittrice. All’epoca scrivevo (e leggevo) parecchio, soprattutto poesie, ma ero molto brava anche nelle lingue, per cui, siccome non c’era un’università vera e propria per imparare a scrivere e sapevo che un giorno avrei frequentato l’università, mi sono detta che avrei potuto iscrivermi a una facoltà per imparare a tradurre i libri. E infatti, poi, è quello che ho fatto. Una bambina determinata!

3 – Qual è stata la tua prima traduzione pubblicata? Ricordi ancora quello che hai provato la prima volta che hai letto il tuo nome dentro un libro?

La mia primissima traduzione pubblicata è un racconto che si trova all’interno di una delle Imbustastorie ideate da Abeditore in collaborazione con La bottega dei traduttori. Era il 2018, l’Imbustastoria quella de Il doppio, il racconto Uno scheletro di Marcel Schwob. Ricordo che ero molto emozionata, ma anche stordita in qualche modo. Non penso mi fossi resa conto di quello che stava davvero accadendo, sembrava quasi un gioco. Mi pareva una coincidenza fortuita: in effetti, il primo contratto vero e proprio, quello che poi mi avrebbe dato accesso a tutti gli altri, l’ho firmato a dicembre 2019. Non ero consapevole, allora, che quel racconto sarebbe stato il primo tassello della realizzazione di un sogno.

4 – Qual è la traduzione di cui sei più orgogliosa, se ne esiste una? E perché? E qual è l’autore che sei più orgogliosa di aver tradotto?

La mia traduzione preferita, se così vogliamo chiamarla, è senz’altro quella de Le orchidee rosse di Shanghai di Juliette Morillot (2022) tradotta a quattro mani assieme alla collega, nonché amica, Serena Tardioli. E questo semplicemente perché, tra quelli che ho tradotto, è il romanzo che più mi è piaciuto, quello che più rientra nelle mie corde. La storia toccante e la portata storica del libro (si tratta di una denuncia delle case di conforto istituite dall’Impero giapponese durante la seconda guerra sino-giapponese) mi hanno fatto avere un occhio di riguardo per questo testo, mentre lo stile semplice ma poetico dell’autrice mi ha permesso di usare una penna che sento più mia rispetto ai libri commerciali che per ovvie ragioni mi capita di tradurre. Al secondo posto metterei L’assassinio di Pont-Rouge di Charles Barbara (Abeditore, 2021). Un testo che ho trovato e proposto alla casa editrice e di cui ho scritto anche la postfazione. Probabilmente, però, saranno surclassati entrambi alla pubblicazione del romanzo su cui sto lavorando adesso, che dovrebbe uscire a maggio 2023.

5 – Esiste una traduzione che vorresti non aver accettato o un libro che avresti voluto tradurre, ma che è stato affidato a un/a collega?

Sono molti i libri che avrei voluto non accettare, ma spesso e purtroppo, sono quelli che mi hanno permesso di mantenermi. Penso che, tranne in alcuni casi fortunati, nei primi anni in cui ci si dedica a questo mestiere si abbia meno possibilità di scelta e che alla fine ci si debba fare le ossa su quello che passa il convento. Quello che più mi ha amereggiata sono le relazioni tossiche tra uomo e donna all’interno di certi romanzi rosa, ma poi, documentandomi sulla questione, sono arrivata alla conclusione che questi libri, acquistati soprattutto da lettrici donne, hanno la principale funzione di alleggerire la mente, di regalare un momento di svago e anche, perché no, dare vita a delle fantasie che non necessariamente vorremmo vivere nella realtà, ma che magari appagano il nostro erotismo.

Un libro che invece avrei voluto tradurre è Sono uno scrittore giapponese di Dany Laferrière (66thand2nd, 2019). L’avevo selezionato per scriverci la tesi, ma quando ho contattato la casa editrice estera mi è stato detto che i diritti in Italia non erano più liberi. Quando ho scoperto chi li aveva comprati, però, non me la sono presa: la 66thand2nd è una delle mie case editrici italiane preferite in assoluto.

6 – Rileggi mai quello che hai tradotto dopo la pubblicazione? Se sì, perché? Se no, perché?

Assolutamente no! Mi “cringerebbe” tantissimo, come si dice oggi. Inoltre, avrei troppa paura di trovare un refuso. Mi capita magari di leggere degli estratti all’interno delle recensioni dei libri che ho tradotto, ma procedo la lettura sempre con le mani davanti agli occhi, neanche si trattasse di un film horror.

7 – Quando leggi un libro per tradurlo, la tua esperienza del testo è diversa rispetto a quella di un semplice lettore? Con che occhi legge una traduttrice?

Uno dei momenti cruciali della traduzione è proprio il momento della lettura, che spesso diventa una vera e propria analisi testuale, che parte da aspetti più “macro” (come quella di farsi un’idea generale dello stile dell’autore o dell’autrice) ad altri sempre più “micro” (come la ricerca delle figure retoriche).

Secondo la mia esperienza, poi, ho almeno tre paia d’occhi, a seconda del libro che sto traducendo. Quando traduco testi più commerciali, la lettura del testo di partenza si fa un po’ più superficiale (soprattutto quando il testo in questione è scritto male) e si concentra invece più sulla resa, che spesso ha come dominante la scorrevolezza. Se invece mi trovo davanti a libri per l’infanzia o in genere a testi più creativi, non solo mi dedico a una lettura più approfondita dell’originale alla ricerca di giochi di parole, richiami alle immagini (se ce ne sono) e quant’altro, ma spesso, nel rileggerla, mi trovo a dover “gonfiare” la resa, che spesso in editoria viene accusata di essere “piatta” quando ci si limita ad andare a braccetto con il testo di partenza. Infine, se sto lavorando su un testo molto letterario, la lettura diventa ancora più scrupolosa, perché oltre a quella che potrebbe essere definita l’analisi testuale, mi accerto spesso sul monolingue dei vari significati che può avere una parola nella lingua di partenza, in quanto in questi tipo di testi spesso si gioca con una sottigliezza di significati che, senza le dovute ricerche, può trarci in inganno.

8 – Che rapporto hai con chi corregge il tuo lavoro?

In genere molto buono. Diciamo che sono due le cose che mi destabilizzano: vedere troppe correzioni o troppo poche. In entrambi i casi, spesso vuol dire che la persona che mi sta revisionando non sa quello che fa, facendo venire meno mia fiducia. E questo mi butta nello sconforto: sapere che la mia traduzione non è stata revisionata per bene è uno dei miei più grandi incubi.

9 – Quante volte ti è successo di renderti conto che per un problema di traduzione esiste un modo migliore di quello che hai scelto, ma ormai i lavori erano chiusi e il testo pubblicato?

Si sa che la traduzione perfetta viene in mente sempre dopo che abbiamo appena inviato l’e-mail con il nostro lavoro. Penso che, se rileggessi le mie traduzioni, mi succederebbe spessissimo. Per fortuna, non mi infliggo questa tortura! Il genere di libri che, però, mi fa più temere in questo senso sono quelli per l’infanzia e il fantasy, con cui ho avuto l’occasione di cimentarmi. Entrambi richiedono una grande creatività, soprattutto nell’inventare i nomi, e in quei casi il pentimento a testo pubblicato è quasi assicurato.

10 – I traduttori sono i ponti della letteratura, ma, tranne che in pochi casi, restano invisibili e ignorati dai lettori. Hai una riflessione in merito?

Non è tanto l’invisibilità da parte dei lettori o delle lettrici a preoccuparmi o a irritarmi. Il problema è che questa invisibilità per così dire “mediatica” va di pari passo con quella istituzionale. Per lo Stato italiano sono un’autrice, protetta dalla legge sulla Protezione del Diritto d’Autore e di altri Diritti Connessi al suo Esercizio (LDA). Il problema è che la LDA presenta dei limiti, primo tra tutti l’assenza di un compenso minimo. Per cui, sì, siamo spesso invisibili per chi (ci) legge, ma questa invisibilità parte a monte: se le stesse case editrici non indicano il nome del traduttore o della traduttrice in copertina e/o sul frontespizio, perché i lettori e le lettrici dovrebbe prendersi la briga di citarci?

Siccome si tratta di argomenti piuttosto delicati, rimando al sindacato per traduttori editoriali Strade, a cui consiglio caldamente di iscriversi se anche voi lavorate nel campo della traduzione editoriale.

11 – Hai un refuso di cui sei particolarmente fiera?

Diciamo che più che refuso, c’è un vero e proprio errore di cui mi vergogno parecchio. Innanzitutto, mi giustifico dicendo che si tratta di una delle mie primissime traduzioni e, seconda cosa, sono una pessima cuoca. Nell’originale si parlava di un “KitchenAid stand-up mixer”, un semplice robot da cucina. Un Bimby, in pratica. E così ho scritto: “un bimby della KitchenAid”. Mi sono accorta di questo errore clamoroso leggendo le recensioni del libro, dove un’utente aveva scritto: “Il traduttore si è inventato degli elettrodomestici”. Infatti il Bimby non è il nome generico dell’elettrodomestico (cosa di cui ero erroneamente convinta, motivo per il quale non avevo fatto ulteriori ricerche), bensì il marchio registrato di un prodotto dell’azienda Vorwerk, in sicura competizione con KitchenAid!

In conclusione, un pensiero dedicato a chi ha letto l’intervista.

Grazie per l’attenzione! Vi auguro un 2023 pieno di letture interessanti!

Aggiungi, se vuoi, i tuoi social e il tuo sito.

IG: @margarethenriette

LinkedIn: Margaret Petrarca

www.afroditetraduzioni.it

Esprimi il tuo pensiero